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David Foster Wallace
domenica, 14 settembre 2008, 23:22 - Libri
Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008


se ne va un genio.


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Manituana
domenica, 1 luglio 2007, 23:12 - Libri
Ci risiamo. I Wu Ming colpiscono ancora. E piazzano un affondo decisamente niente male. Per i pochi che ancora non lo sapessero i Wu Ming sono un insieme di scrittori che anziché scrivere ognuno per conto proprio hanno deciso di mettere insieme le loro teste (le facili battute sul fatto che tutti insieme non ne formano una, sono appunto troppo facili) per scrivere romanzi. Lo fanno anche singolarmente, ma il loro meglio lo danno in gruppo. Sono come una band. Le carriere soliste di solito non funzionano granché.
Hanno iniziato nel 1999 con Q, ma allora si facevano chiamare Luther Blisset. Poi nel 2002 hanno pubblicato 54 questa volta con il nome Wu Ming (che per inciso significa "nessun nome"). E adesso arrivano con Manituana.

Queste persone usano un nome collettivo in parte per sfuggire al concetto di autore come star. Anche se ormai delle star le sono diventate. Comunque sia, sanno fare il loro lavoro. A cominciare dal sito che hanno creato per l'uscita del loro romanzo, che contiene un trailer del libro, canzoni ispirate o legate al romanzo, racconti di contorno al romanzo e ovviamente recensioni. E in mezzo alle recensioni è possibile trovare anche delle vere perle, come quella pubblicata su L'avvenire che con incredibile veemenza si scaglia contro il loro modo di scrivere. Ora, sono sicuramente l'ultimo a poter parlare (il mio stile di scrittura non è certo tra i più meritevoli), però sono un lettore. E mi piacciono autori come Roth, come DeLillo, come Tom Wolfe e come Foster Wallace (ma l'avete mai letto Infinite Jest??? Stupendo!!!). I Wu Ming non saranno forse eccezionali, però hanno uno stile che spesso mi ricorda alcuni grandi scrittori americani contemporanei, che sono tra i miei preferiti. E siamo arrivati al 3° loro romanzo che leggo. E ne sono sempre più convinto.
Ancora più divertente è la "recensione preventiva" di Libero dove un sedicente scrittore/giornalista ha il coraggio di recensire un libro prima di averlo letto. Bisogna dire che di coraggio ce ne vuole parecchio.

Veniamo infine al libro. Manituana è la storia della guerra di indipendenza americana. Raccontata però dalla parte di chi combatteva contro i coloni americani, ossia una parte degli indiani che difendeva le proprie terre e da chi era ancora fedele al Re Inglese per proteggere i propri privilegi. Bisogna dire innanzitutto, che gli indiani non furono tutti dalla stessa parte. Alcuni si schierarono con i coloni, altri contro.
Se la mia casa brucia, il mio vicino è in pericolo.

Come seconda cosa, pur mettendo dentro molta della saggezza che abbiamo imparato avesse il grande popolo degli indiani d'america, non ci mostra delle persone spiritualmente elevate. Insomma, niente favolette: gli indiani scuoiavano i nemici - che fosse l'uomo bianco o meno, poco importava, uccidevano senza pietà, portandosi in giro teste mozzate e scalpi, e si ubriacavano col rum fino a diventare solamente degli inutili ubriaconi. Insomma non sempre ci fanno una bella figura.

Lottano tutti per conquistare una terra libera. Poco importa che qualcuno ci fosse già da prima e altri convivessero pacificamente. La guerra è guerra e abbrutisce anche gli spiriti più nobili, fino a fare diventare predatori insaziabili anche le persone più equilibrate.
Manituana è un libro dove lo spirito delle persone è messo a dura prova e in molti casi non possono far altro che seguire e adeguarsi al corso degli eventi.
A ben guardare, pur con tutta la forza delle sue acque, il San Lorenzo s'era dovuto accontentare dell'unico letto possibile. La scelta era stata soltanto un modo di dire, un punto di vista ristretto, che non teneva conto di troppi dettagli. Allo stesso modo, pensò, gli uomini si convincono di scegliere, ma il cammino che percorrono è sempre l'unico che hanno a disposizione.

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Ristorante al termine dell'universo
mercoledì, 13 giugno 2007, 12:59 - Libri
Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa.

Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams mi aveva profondamente appassionato e divertito. Come resistere e non continuare con la saga? Il secondo pezzo di questa esilarante avventura è Ristorante al termine dell'universo, dove troviamo nuovamente Arthur Dent (interpretato nel film tratto dal primo romanzo da un fantastico Martin Freeman), Zaphod Beeblebrox, Ford Prefect, Trisha McMillian detta Trillian e il fantastico robot depresso Marvin.
Mi chiedo come facciate a vivere con capacità mentali così limitate.

I due libri sono collegati, visto che il secondo si riallaccia subito al finale del precedente, dando continuità all'avventura iniziata milioni di anni fa con la costruzione di Pensiero Profondo il super computer che deve dare la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto.
Era un sognatore, un pensatore, un esperto di filosofia teoretica, o, come lo definiva sua moglie, un'idiota.

Le avventure sono pazzesche le risate tante. I colpi di scena pure. Ho divorato il libro in un paio di giorni. Mettetevi addosso il vostro asciugamano e se non avete ancora comprato la vostra copia della Guida Galattica sbrigatevi, costa poco e la scritta Don't Panic vi tranquillizzerà.
Sapete, non si è mai veramente soli quando si ha un papero di gomma.

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The Godfather
mercoledì, 30 maggio 2007, 19:59 - Libri
Ci ho messo tanto ma ne è valsa la pena. Sono un gran fan della saga del Padrino (e come si fa non esserlo?) ma non avevo mai letto il libro da cui sono tratti i film (per la verità solo i primi due). Lo scrittore statunitense Mario Puzo scrisse The Godfather nel 1969 ed abbe un enorme successo. E ora ne comprendo il motivo.

Innanzitutto diciamo che ci ho messo una vita a leggerlo perché oltre ad essere corposo ho voluto cimentarmi nella lettura in lingua originale e quindi in inglese. Che è una cosa impegnativa. Se vi mettete a letto comodi comodi per rilassarvi e leggere non potete prendere un romanzone in inglese a meno che non conosciate la lingua davvero bene.

Perché torturarsi così? Masochismo, ovviamente. Però ora posso dire che è bello leggerlo in originale, perché ti fa calare davvero nel personaggio italoamericano. Che parla inglese ma che usa parole italiane per dare un carattere al proprio discorso. E questo con una traduzione non lo cogli. Come non lo cogli nel film che mi sono rivisto subito dopo e che mi sono visto anch'esso in lingua originale con sottotitolo in inglese, altrimenti chi ci riusciva a seguire Marlon Brando che sbiascica parole incomprensibili?

E' davvero un grande capolavoro.
I'll make him an offer he can't refuse.

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Guida galattica per autostoppisti
domenica, 25 marzo 2007, 18:12 - Libri
Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era afflitta da una qualsiasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianet.

E finalmente sono riuscito a leggermi Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Dopo aver passato gli ultimi mesi tra saggi e articoli di Scienza (si per me Scienza ha la S maiuscola, come religione ha la r minuscola) sono riuscito a concedermi una lettura di puro cazzeggio.
La mia mente è troppo vasta per essere riempita da una qualsiasi occupazione.

Non è molto consueto per me vedermi prima il film (ne ho parlato un po' di tempo fa qui) di qualcosa che voglio leggere, però ammetto che in questo caso ero ignorante (nel senso che lo ignoravo proprio) a riguardo del libro, quindi ben venga che un film mi abbia fatto scoprire qualcosa. E in fin dei conti il film era stato scritto dallo stesso Adams, quindi come si fa a dire che poteva essere qualcosa di minore?
Chi sono io? Qual è lo scopo della mia vita? Dal punto di vista cosmico ha veramente importanza se non mi alzo per andare a lavorare?

E infatti se già ero entusiasta del film, il libro non è stato da meno. Le trovate sono le stesse e sono geniali. E' un libro meraviglioso che si legge tutto d'un fiato e sinceramente esilarante. Beh oddio, se non vi piace l'umorismo inglese alla Monty Phyton evitate pure. Ma se lo adorate vi piscerete sotto dalle risate. E che sia un cult è sicuramente fuori di discussione, in rete è pieno di riferimenti alla Guida galattica: un paio di esempi? Avete presente BabelFish il servizio di traduzioni di Altavista? Secondo voi chi si è inventato il nome? E la stella Googlepex vi ricorda qualcosa?

Dopo una giornata di lavoro non potrete non immedesimarvi nel protagonista, chi non si è mai sentito catapultato nell'universo? Io mi sono già ordinato il secondo libro della saga. Se voi volete perdere ancora tempo fatelo, però non dite che non siete stati avvertiti.
Oggi deve essere giovedì. Non sono mai riuscito a capirli i giovedì.

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Il mio numero di Erdős
domenica, 4 marzo 2007, 18:20 - Libri, Vita da dottorando
Da un po’ di tempo m’è presa una passione per la matematica (sono un nerd, lo so) e sto leggendo diversi libri che hanno a che fare con questa materia. Fortunatamente anziché addentrarmi nei meandri di oscure formule e dimostrazioni, mi sto leggendo storie sulla matematica: biografie di matematici come Paul Erdős, storie su come hanno risolto equazioni e da queste sono scaturite nuove branche della matematica, elucubrazioni sui numeri primi e l’ipotesi di Riemann.

E proprio su quest’ultimo tema mi sono letto L’enigma dei numeri primi di Marcus Du Sautoy. Un lungo racconto dalla prima formulazione a metà dell’800 di questa ipotesi (tranquilli non vi ammorbo con formule!) sino ai giorni nostri. Un affascinante racconto nei meandri oscuri di quella che da molti è la materia più odiata.

E la cosa folle è che io ci trovo strettissimi legami con le scienze cognitive! Probabilmente finirò pazzo come molti matematici. Intanto ho già scoperto che ho un numero di Erdős. Cos’è? Paul Erdős è uno dei più prolifici ed eccentrici matematici del ‘900 (leggetevi L’uomo che amava solo i numeri), oltre ad essere prolifico ha collaborato con moltissimi scienziati, più di 500. Data questa mole è nata l’usanza scherzosa di calcolare la distanza collaborativa da Erdős: chi ci ha collaborato direttamente ha il numero 1, chi ha collaborato con un suo collaboratore ha il numero 2, e così via.
Incuriosito ho fatto qualche ricerca (suffragato dal fatto che nel frattempo hanno creato strumenti per vedere se c’è un percorso) e sono riuscito a scoprire che nonostante la profonda differenza di campo di ricerca, tramite collaborazioni varie ho anche io un numero di Erdős: 8!!!
Certo non è molto, ma per un psicologo direi che è un traguardo, visto che ci sono matematici che non ce l’hanno! A che serve tutto ciò? A nulla. Ma mica si vive sempre di cose serie!
:p
Wir müssen wissen Wir werden wissen (Noi dobbiamo sapere. Noi sapremo)
David Hilbert

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A sangue freddo
mercoledì, 17 gennaio 2007, 22:03 - Libri
Ho letto A sangue freddo di Truman Capote. E' l'unica cosa che riesco a pensare davanti alla pagina bianca del monitor. L'icona lampeggiante del mouse segnala che è in attesa che io mi pronunci. Ma non è poi così facile. Ho atteso qualche giornio prima di scrivere. In mente ho la parola CAPOLAVORO ma non è che la puoi attribuire così a caldo. Tanto per restare in tema è meglio mantenere il sangue freddo e dosare con calma le parole. Eppure non riesco a togliermela dalla testa, ma andiamo con ordine.
Da tempo desideravo leggere questo libro, in diverse occasioni me ne avevano parlato, ma era da tempo che non stampavano più nulla e da un po' era caduto in un angolo sperduto della mia mente (angolo un pochino affollato in questo periodo: scordo cose a ripetizione e sono di un distratto da far paura, vecchiaia avanzata?). Poi è uscito Capote, il film sull'autore e sulla stesura di questo romanzo. E dove non arrivano le voglie dei lettori aiuta Hollywood. E l'attenzione delle case editrici è tornata a posizionarsi al giusto posto. Ed io una sera di qualche settimana fa ho avuto l'occasione per vedere il film. Recitato da un a me sconosciuto ma bravissimo Philip Seymour Hoffman (che mi dicono anche ci abbia vinto un Oscar e capisco davvero il perché).

Il libro è un resoconto giornalistico. Genere letterario alquanto insolito nel 1966. Secondo i bene informati è addirittura il primo esempio di romanzo-verità.
Capote prende spunto dal brutale assassinio di una famiglia di quattro persone nel rurale Kansas. Una famiglia devotissima e bene amata dalla propria comunità. Un delitto che porta gli investigatori ad indagare indefessamente per scovare gli assassini dei Clutter.

Capote è affascinato da questa storia e parte alla volta del Kansas insieme alla sua assistente (la Harper Lee che ha scritto "Il buio oltre la sepie"). La storia lo coinvolgerà talmente tanto da intrattenere per anni rapporti con gli assassini, una volta che saranno presi, per capire i loro profili e le motivazioni che li hanno portati al delitto.

Nonostante possa essere considerato un resoconto giornalistico il modo in cui Capote descrive la storia lascia assolutamente senza parole. Difficilmente sono riuscito a distogliere gli occhi dalle pagine del libro. Le parole scorrono come fiumi mentre lui descrive le ultime ore della famiglia prima che venga brutalmente uccisa. Il modo in cui romanza la verità è qualcosa che non si può non ammirare. Ciò che riesco a pensare è che vorrei scrivere come lui. La capacità che ha di descrivere le emozioni delle persone. Il modo in cui dipinge gli ambienti in cui si svolgono le azioni.

E' così che si scrive. Sono senza parole. Quelle che cerco forse le potete trovare nel suo libro. Le ha usate tutte lui.
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Ovunque e al mio fianco
venerdì, 5 gennaio 2007, 14:41 - Libri
E' raro che mi entusiasmi così tanto per un libro italiano. Eppure Ovunque e al mio fianco di Paolo Cioni mi ha lasciato davvero di stucco. E' appassionante ed è intenso e con una forza immaginativa che mi ha ricordato i film di Guy Ritchie (se avete visto Lock & Stoch e The Snatch sapete di cosa sto parlando).
Per tutta la vita mi sono sentito ai margini di un flusso che non mi trascinava mai via con sé.

La storia parla di Benedetto, un giovane fotografo italiano trasferitosi a Barcellona, con una grande passione per i film western (e un po' lui si sente un cowboy, non solo per i suoi stivali a punta di cui va orgoglioso). Benedetto ha una profonda crisi interiore che traspare da tracce lasciate quà e là dall'autore e ha fondamentalmente bisogno di stimoli. E' per questo che si lascia trasportare, lui che non si è mai sentito trasportare, in giro per la Spagna da Zas, tanto bella quanto pericolosa. In giro non perché hanno deciso di viaggiare, ma perché qualsiasi cosa Zas tocchi la trasforma in un rogo ardente dal quale bisogna fuggire in fretta.

Ed è su questa fuga continua che è basato il racconto. La fuga di Benedetto dalla sua insoddisfazione, la fuga di Zas da se stessa. La fuga di Benedetto, Zas e Milagro (amante lesbica di Zas) da chi vuole fare loro la pelle.
Lì - ai margini di tutto quello di cui desideravo sentirmi parte - avrei dovuto darmi piccolo e insignificante per dare il meno possibile nell'occhio.

Per qualcuno finirà senza troppi danni, per altri meno (come per il povero Ramòn e la sua Cadillac). Forse per qualcuno ci sarà una redenzione o almeno troverà il suo cammino, o meglio troverà il Camino de Santiago, visto che in parte la loro fuga di redenzione incrocia quella dei pellegrini sul Camino del Norte.
Di sicuro c'è che la loro strada non sarà facile, anzi fin troppo piena di intoppi: stare dietro all'imprevedibilità di Zas non è semplice e Benedetto anche se ne è innamorato, prima o poi dovrà fare i conti con se stesso.
Ripensai alla magia del nostro primo incontro, domandandomi dove fosse svanita la nostra leggerezza: per qualche attimo soltanto eravamo stati invulnerabili.

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Winter break
domenica, 31 dicembre 2006, 15:52 - Musica, Libri, Film, Storie di vita
Al fin giunsi. Le vacanze invernali mi hanno sempre un po' spezzato la schiena. LE feste, il cibo, l'ozio. E' più di una settimana che non mi alzo dal letto prima delle 12.00. Che se uno ci pensa è una bella vita, ma alla fine logora. Si perché lo stato di ozio mentale al tempo stesso non è anche fisico. Non so quanti giorni sono che non vado a dormire prima delle 2. Molti quelli che ho toccato il letto dopo le 3. Anche quando sono rimasto a casa la sera sono andato a dormire che erano le 3.30.

Eh si che di cose da raccontare ne avrei. Poi con il Natale di mezzo, si sa come vanno le cose, poi scrivo, ok oggi no ma domani, magari più tardi. E il cazzeggio la fa da padrone.

Il 20 dicembre sono andato a vedere al Palladium Gli Originali. E che è? Avete presente le colonne sonore di "Roma a mano armata", "La banda del gobbo" e "Lo chiamano trinità"? Hanno in comune le colonne sonore di Franco Micalizzi, grande autore del funk italiano degli anni '70. Beh il signor Micalizzi era al Palladium con la sua orchestra con questo progetto folle in cui lui suonava le musiche dei film in una specie di crossover con il meglio del rap italiano: Kaos, Colle del fomento, Turi, Moddi, Tayone e il breaker Next One. Una serata coraggiosa e decisamente ben riuscita.
La nota divertente della serata è che siamo riusciti ad imbucarci negli spalti riservati soprastanti la platea da dove si vedeva decisamente meglio.

Sono stato poi al Nuovo Sacher, il cinema di Moretti, a vedere Ecce bombo restaurato. Sinceramente non me lo ricordavo così pieno di momenti divertenti. Sebbene un gran film me lo ricordavo un po' più pizzoso. La sorpresa è stata piacevole, ho avuto modo di rivalutare un film che comunque ricordavo come interessante (penso che l'ultima volta l'avevo visto 15 anni fa!). Alla fine del film si è presentato il signor Moretti in persona. Non avendo un diario del film (dice che all'epoca la reputava una cosa bambinesca) ci ha letto il diario di un altro suo film, "Caro diario". Pu ammirando molto il suo lavoro, l'ho trovato decisamente arrogante e autocelebrativo. Eravamo nel suo cinema, alla fine della proiezione di un suo vecchissimo film, con lui che ci leggeva il suo diario di un altro suo film. Un po' troppo. Quantomeno alla fine stava lì al bar e si faceva avvicinare da tutti. Ma forse ci godeva solo il suo momento di gloria.

Ho letto un breve libretto molto carino. Si chiama Neve ed è scritto da Maxence Fermine, scrittore francese che ha scritto una "Trilogia del colore" di cui questo è il primo atto. E' un racconto ambientato nel Giappone dell'800 ed ha come protagonista un poeta autore di haiku, delle brevi poesie di tre versi e 17 sillabe. Il libro è molto gradevole e si legge in una serata, ma ha secondo me la pecca di voler imitare troppo lo stile della letteratura giapponese e la differenza si vede. Inoltre secondo me ci sono anche alcuni refusi che non so se siano dovuti alla traduzione italiana o appartengano davvero all'autore (il protagonista ad un certo punto pianta una croce nel luogo dove è sepolta una donna, ma dubito che un giapponese, molto probabilmente di religione scintoista, possa piantare una croce, notoriamente simbolo cristiano). Vale comunque una bella serata. Essendo molto suggestivo suggerisco un vinello passito e un caminetto come atmosfera! :)

Infine, sono andato a vedere un altro film: Il mio migliore amico del Francese Patrice Leconte. E' una divertente storia che racconta del tentativo di un antiquario di farsi un amico in seguito ad una scommessa con la sua socia. Il film ha decisamente uno humour molto francese (se avete visto i film di Francis Veber sapete di cosa parlo) ed è molto piacevole, se non fosse per il finale televisivo (è ambientato in un noto programma televiso) che rovina un po' il tutto.

Questo è sostanzialmente il riassunto sbrigativo delle due settimane in cui non vi ho detto nulla (secondo i maligni non avevo nulla da dire, ma come vedete avevo anche troppo), ma questo non ha impedito a tutti voi di continuare a farvi vivi sul mio sito (guardando le statistiche si scopre di avere lettori affezionati anche a Olsztyn, Polonia, che visita regolarmente il mio blog).

Essendo oggi l'ultimo giorno del 2006 non posso che rivolgervi un augurio di buona fine e buon principio. Spero che l'anno appena passato sia stato per voi ricco di successi come, in fin dei conti, lo è stato per me. E se così non fosse vi auguro che l'anno entrante possa permettervi di migliorare.

Un abbraccio e un saluto a quanti hanno accompagnato e resto speciale quest'anno e a quanti si sono persi per strada. Magari avremo modo di rincontrarci nel corso di questo nuovo anno, o magari nel prossimo, chissà.
The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had

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Ecco la storia
sabato, 9 settembre 2006, 00:43 - Libri
Stiamo a Settembre e il mio termometro segna puntualmente 30°. Anche alle 7 di sera (si lo so, potreste dire "guarda che forse è rotto", ma l'ho controllato, 'sti giorni fanno DAVVERO 30° alle 7 di sera e io mi sto lentamente squagliando). Fa talmente caldo che anche il solo pensiero di leggere fa fatica. E io mi sto leggendo un romanzo di 400 pagine in inglese (già la sento la vocina lì in fondo "ma chi te lo fa fare". L'amore per la verità, solo quello). Quindi arrivati ad una certa, si sente il bisogno di qualcosa di fresco. E ti ritrovi tra le mani (per non dire gentilmente sottratto in casa altrui) Ecco la storia di Daniel Pennac.
Strano libro. Strano autore.
Pennac è folle e geniale e cosa ti si va ad inventare? Un racconto che però si mischia con la realtà e che al contempo (si sente che ho fatto il classico, eh? "contempo") si erge a insegnamento su come ci si inventi il mestiere di scrittore.
Si perché si è messo in testa (bontà sua) di svelarci cosa c'è dietro un personaggio, come venga fuori, perché uno scrittore decida di dargli quel nome, collocarlo in quel posto, fargli incontrare quella persona. "Fantasia" dirà qualcuno, "realtà" risponderà l'altro. "Entrambi" risponde Pennac.
Un racconto che è vita reale ma che vuole insegnare.
Grandi pretese ha Pennac.
Ci riesce?
Io dico che non è male e vale la pena leggerlo. Qualcuno vi dirà di no.
La verità è che dipende da voi.
Eccola la storia.
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