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Visioni
lunedì, 28 gennaio 2008, 23:17 - Vita da dottorando
Quand’è che ti viene l’ispirazione di scrivere? Oh bella, ovviamente quando ti è rimasta solo una notte per finire di scrivere e poi consegnare un’altra cosa, con un solo giorno di ritardo (ci mancherebbe pure che finisco le cose per tempo). Scrivere su Word con carattere 9 fa male alla salute. Non è una mia scelta, ma avendo un form da rispettare ovviamente entri di più nella parte rispettandolo sin da subito. Si perché hai bisogno mentre stai inventandoti un lavoro che non hai fatto quantomeno di calarti nel personaggio. Essendo facente funzione di psicologo devo usare un metodo consono: lo Stanislavskij prevede l'approfondimento psicologico del personaggio e la ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell'attore [Fonte Wikipedia]. Mi sento affine a chi ha fatto una ricerca? Più o meno. Il mio mondo interiore è affine a quello del personaggio?
Direi di si, sono più o meno il dottorando medio che campa fuori casa con borsa ministeriale (ulteriormente decurtata da tasse e affini) cercando di inventarsi qualcosa da fare fuori e dentro l’università.
Dopo 4 ore che continui a fissare lo stesso paragrafo immutato ormai da ore ti senti un po’ come Nash in A beautiful mind: cominci a vedere delle strane configurazioni dotate di senso. E non ci crederete, ma il paragrafo carattere 9 che fissavo mi ha dato l’ispirazione a scrivere! Però non la mia ricerca, bensì sul blog.
Contento lui!
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Oggi deve essere sabato. Non sono mai riuscito a capirli i sabati.
sabato, 31 marzo 2007, 16:04 - Storie di vita, Vita da dottorando
Che il sabato mattina non inizi sotto i migliori auspici te ne accorgi dal fatto che la tua sveglia sta suonando alle 7.30 del mattino. Di sabato dovrebbe essere vietato per legge svegliarsi prima delle 9.00 (queste dovrebbe essere le priorità di un governo serio). Io poi non ci mi sveglio nemmeno durante la settimana alle 7.30! Ma tant'è che oggi mi tocca. Si, mi tocca una lezione universitaria. Ignari studenti a cui toccherà sentirmi parlare di cose che non è che so benissimo. Oggi mi sarebbe toccata una lezione, ma invece ne faccio un'altra per recuperarne una del prof. Benché possa sembrare fico (belllo non mi faccio manco le slide!) è in realtà una bella rottura. Dicono che le mie lezioni non siano poi tanto male. La realtà è che penso di essere bravino quando sono appassionato. Quando invece come oggi sono in uno stato di scazzo cosmico con relativo torpore mentale è un vero disastro. Se poi ci aggiungete che la lezione non mi appartiene è un cataclisma.

Da studente non pensavo mai a quello che passasse nella testa di quei poveri sfigati di cui ora occupo il posto. Doversi preparare una lezione universitaria non è uno scherzo, in fondo uno sente la responsabilità di trasmettere un qualche messaggio (ma che dovrò dirgli io a questi, manco li conosco!). Giovani e di belle speranze, dicono, quindi vuoi fare vedere che sei un bravo docente. Ma in tali condizioni è difficile.

Ora non so cosa passi nella testa di chi mi ascolta. Lo scorso anno, quando ho fatto lezione, sono riuscito a creare belle situazioni. Roba pratica, laboratori, divertente, interattiva. Oggi lezione frontale. Io parlo, loro ascoltano. Entrambi a cervello spento.

Breve e indolore. Finito pure un po' (troppo) prima. Scazzo cosmico. Io non mi sono divertito, loro nemmeno.

Il ritorno sull'autostrada procede lineare anche se la radio non mi assiste oggi. Tra il viaggio di andata e quello di ritorno mi sono sentito tre volte With or without you degli U2. Bella per carità, ma non quando non sei di ottimo umore.

Ed evidentemente oggi non è proprio giornata. Non so se vi sia mai capitato di entrare in fase autistica e fissarvi su un qualcosa di stupido come il Campo Minato di Windows. Gioco semplice e stupido. Ma su cui vi accanite. Ecco io mi sono messo a giocare a qualcosa di simile (lodando il signore fortunatamente non su Windows). Un gioco con dei stupidi blocchetti colorati, ascoltando la playlist di iTunes, di quelle che dovrebbero essere le mie canzoni preferite. Mi sono ritrovato a maledire dei blocchetti colorati che non si allineano con i giusti colori ascoltando canzoni di un'infinita tristezza fino a che non è passata ed ho cantato con incredibile veemenza Lucy in the sky with diamonds.

No, oggi non è giornata.
Picture yourself on a train in a station,
With plasticine porters with looking glass ties,
Suddenly someone is there at the turnstile,
The girl with kaleidoscope eyes.

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Koop @ Auditorium
domenica, 18 marzo 2007, 16:22 - Musica, Vita da dottorando
Venerdì per non farmi mancare nulla ho passato una giornata all'Auditorium. Poiché sono uomo di cultura con una vena di masochismo ho cominciato la mia permanenza con il Festival della Matematica. Perché? Da un po' di tempo i miei studi e la passione per lo studio mi hanno avvicinato ad alcuni concetti matematici e visto che il Festival ha portato alcuni dei più insigni matematici ho deciso di approfittarne.

Già il giorno primo ero andato lì per vedere Andrew Wiles, colui che ha dimostrato l'ultimo teorema di Fermat. Peccato che c'era talmente tanta gente che non sono riuscito ad entrare (due euro di parcheggio regalati al comune di Roma).

Il giorno dopo mi sono attrezzato e sono arrivato un'ora prima. Ma evidentemente esiste al mondo gente più intelligente di me, che è arrivata due ore prima, perché non sono riuscito ad entrare alla prima conferenza. Per fortuna ce ne era una seconda. E per fortuna che il personale dell'Auditorium ha stabilito che chi entra deve poi uscire per consentire anche ad altri di assistere. Se non fossimo stati in Italia sarebbe stata una bella prova di civiltà. Purtroppo la solita cultura italiana di prevaricazione sul prossimo ha fatto sì che un nutrito gruppo di persone si barricasse dentro l'Auditorium per assistere alla seconda conferenza. Ho assistito a urla da stadio contro quelli che non volevano uscire. Un'occasione in più per essermi vergognato di essere italiano. Non per quelli che urlavano ovviamente. Ma per gli incivili che non sono voluti uscire. Manco avessero regalato cibo in sala.

Fortunatamente per me, essendo arrivato per tempo per la prima conferenza ero abbastanza avanti per entrare alla seconda conferenza. E nonostante mi abbia detto bene ho rosicato lo stesso, visto che in realtà a me interessava più la prima e la seconda era un riempitivo visto che alle 21 avevo altro da fare lì.

Eh si perché c'era il concerto dei Koop. E dopo essermi fatto un pomeriggio di conferenze da solo, mi sono fatto un concerto da solo. Ormai sono del tutto autosufficiente. Ed ovviamente stando lì dal pomeriggio mi sono messo in fila presto e mi sono messo in primissima fila. Il concerto era nell'unica sala del posto senza le sedie, una sala pensata per eventi un po' più alternativi. E la cosa bella era che alla fine l'aria sembrava quella di un club, piuttosto che di un'istituzione seria come quella dell'Auditorium Parco della Musica di Roma.

Prima dei Koop c'erano gli Homunculus 1.1. Ora, a me spiace essere impietoso e di solito quando si tratta di portare avanti gruppi italiani sono sempre contento, ma 'sti due non se potevano proprio sentì! Non so se hanno voluto azzardare qualcosa che non gli è riuscito o se la loro musica è sempre così inconsistente, ma che il loro concerto non sia stato riuscitissimo devono essersene accorti da soli vista la scarsa risposta del pubblico. Un dj set fatto di suoni vecchi, a volte decisamente fuori tempo (inteso come battute al secondo) e noioso.

Per fortuna poi sono arrivati i Koop, che si sono fatti attendere molto e si sono concessi davvero poco (un'ora di concerto più due bis). Però si sono fatti valere. Per chi non li conosce, sono un duo svedese che fa musica elettronica mista a jazz, qualcosa che i precisini delle etichette chiamano nu-jazz. Il risultato sono suoni fantastici con atmosfere affascinanti e spesso un po' retrò (non mi sopporto quando faccio quello che se ne intende quindi la pianto subito).

La cosa bella è che non fanno un dj set o meglio, loro due si presentano con i loro attrezzi da dj set (computer, campionatori, sintetizzatori, etc.) e in più hanno una band composta da batteria (con un batterista con i controcoglioni), contrabbasso, percussioni/tromba e xilofono e infine con la splendida Yukimi Nagano alla voce.

Il risultato è stato un concerto favoloso a metà tra musica elettronica e jazz che ha lasciato tutti quanti elettrizzati. E fanculo che stavo da solo.
Hey, Summer Sun
You always smile
Clouds in the sky
You never mind
Happy or sad
You always shine
Never before
I've met your kind

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Il mio numero di Erdős
domenica, 4 marzo 2007, 18:20 - Libri, Vita da dottorando
Da un po’ di tempo m’è presa una passione per la matematica (sono un nerd, lo so) e sto leggendo diversi libri che hanno a che fare con questa materia. Fortunatamente anziché addentrarmi nei meandri di oscure formule e dimostrazioni, mi sto leggendo storie sulla matematica: biografie di matematici come Paul Erdős, storie su come hanno risolto equazioni e da queste sono scaturite nuove branche della matematica, elucubrazioni sui numeri primi e l’ipotesi di Riemann.

E proprio su quest’ultimo tema mi sono letto L’enigma dei numeri primi di Marcus Du Sautoy. Un lungo racconto dalla prima formulazione a metà dell’800 di questa ipotesi (tranquilli non vi ammorbo con formule!) sino ai giorni nostri. Un affascinante racconto nei meandri oscuri di quella che da molti è la materia più odiata.

E la cosa folle è che io ci trovo strettissimi legami con le scienze cognitive! Probabilmente finirò pazzo come molti matematici. Intanto ho già scoperto che ho un numero di Erdős. Cos’è? Paul Erdős è uno dei più prolifici ed eccentrici matematici del ‘900 (leggetevi L’uomo che amava solo i numeri), oltre ad essere prolifico ha collaborato con moltissimi scienziati, più di 500. Data questa mole è nata l’usanza scherzosa di calcolare la distanza collaborativa da Erdős: chi ci ha collaborato direttamente ha il numero 1, chi ha collaborato con un suo collaboratore ha il numero 2, e così via.
Incuriosito ho fatto qualche ricerca (suffragato dal fatto che nel frattempo hanno creato strumenti per vedere se c’è un percorso) e sono riuscito a scoprire che nonostante la profonda differenza di campo di ricerca, tramite collaborazioni varie ho anche io un numero di Erdős: 8!!!
Certo non è molto, ma per un psicologo direi che è un traguardo, visto che ci sono matematici che non ce l’hanno! A che serve tutto ciò? A nulla. Ma mica si vive sempre di cose serie!
:p
Wir müssen wissen Wir werden wissen (Noi dobbiamo sapere. Noi sapremo)
David Hilbert

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Working memory
mercoledì, 21 febbraio 2007, 00:38 - Vita da dottorando

A recent survey by U.C. Berkeley found that 95% of all graduate students feel overwhelmed, and over 67% have felt seriously depressed at some point in their careers. In this talk, Jorge Cham recounts his experiences bringing humor into the lives of stressed out academics, examines the source of their anxieties and explores the guilt, the myth, and the power of procrastination.


Negli ultimi tempi mi identifico sempre di più nei personaggi di queste strip. Per alcuni sono depressogene. Beh in fin dei conti è la vita del dottorando ad essere depressogena. Molte delle persone che conosco ad un certo punto si sono chieste "quando la mia vita è diventata così complicata?". Io pian piano sto perdendo pezzi.

Negli ultimi tempi ho notato che la mia memoria a breve termine sta cadendo a pezzi. Ho un tempo di ritenzione delle informazioni che si aggira attorno ai 40 secondi, dopo i quali ogni traccia mnestica non memorizzata su post-it o agenda è persa per sempre. E faccio una fatica enorme a ricordarmi di guardare l'agenda. Per foruna invece i post-it non sono reali (altrimenti starei qui ad elencare i 10 posti più assurdi dove ho trovato post-it spacciati per persi!) ma virtuali e quindi virtualmente appiccicati sul desktop del mio iBook che per mia somma fortuna (o sfortuna?) sta appiccicato alla mia faccia per buona parte della giornata. L'abbronzatura da cristalli liquidi mi dona!

C'ho più memoria sul computer portatile che in capoccia!
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La mia autogratificazione
giovedì, 15 febbraio 2007, 16:59 - Vita da dottorando
Faticosa è la vita di chi deve dare il massimo e riceve ben poco in cambio. E' innegabile che molto spesso si facciano scelte e lavori solo per passione, ma un ritorno ogni tanto che sia monetario o sotto forma di gratificazione ci vuole. E se non arriva? Bisogna prenderselo!

La vita universitaria è costellata di momenti senza gratificazioni. Passi le giornate facendo riunioni per un buon 3/4 assolutamente inutili (passate ascoltando un tizio che non voleva parlare ad un platea di uditori che non volevano ascoltare), correggendo le tesi dei laureandi (quando scrivevo la mia non mi rendevo davvero conto di che lavoraccio fosse, beh è la seconda cosa peggiore della didattica universitaria), facendo esami (la peggiore).

Fare esami è la cosa più noiosa del mondo. Se ti va bene passi almeno 3 ore ad ascoltare persone terrorizzate che cercano di spiegarti (male, molto male) sempre le stesse 4 cose. Una preparazione indecente che si ottiene tranquillamente passando le suddette 3 ore ad ascoltare gli altri mentre vengono interrogati.
Ed è divertente quando ti accorgi che qualcuno ha provato a fare esattamente questa cosa perché gli senti dire parole che sai che sui libri non ci sono e hai detto tu solo un'oretta prima mentre cercavi di spiegare qualcosa ad un altro studente (no dico, c'è gente che mi prende davvero sul serio e dà credito alle mie parole!).

Fondamentalmente se non sei uno di quelli sadici, frustrati dal mondo, a cui piace avere la propria rivalsa su quelle poche persone che sono sotto il suo livello e che gli capitano a tiro, il mestiere dell'assistente è uno dei più tristi dell'universo.

Poi ci sono i lavori di segreteria. Scartoffie, email, fotocopie, email, spedisci raccomandata, email, vai in rettorato, email, sistema il computer che non vuole sapere di funzionare, email. Ma che cazzo c'ha da dirsi 'sta gente???

E il lavoro di ricerca? Beh quello te lo fai di notte a casa, mica all'università!

E allora dopo che passi giornate su giornate così e stai ancora aspettando che ti diano quei quattro soldi che ti permetterebbero una vita più dignitosa, approfitti del fatto che si siano riuniti per la seconda volta in pochi mesi i 4 cavalieri dell'apocalisse e te ne scappi in Abbruzzo per farti una sciata. Anzi una snowboardata (o come diamine si dice!). Poco importa se fino al giorno prima ti stavi vomitando l'anima in preda a convulsioni intestinali.

Dopo più di 20 anni di sci ho deciso di provare sto benedetto snowboard che tanto va di moda. Abbiamo preso una lezione e anche tanta acqua (e mica poteva essere anche una bella giornata). Mi sono divertito abbastanza, lo snowboard è divertente, ma lo sci, sinceramente, è un'altra cosa. Lo snowboard lo lasciamo a quelli che pensano che sedersi al centro di una pista sia una buona idea.

Beh visto che non mi pagano per scrivere torno a lavorare, che ho un pila di almeno una 30ina di articoli da leggere, ma devo prima mandare una decina di email (sigh).

La gratificazione me la sono autocostruita, ma è svanita in un lampo, quindi si torna a sgobbare.
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Paura di fallire
giovedì, 25 gennaio 2007, 15:01 - Vita da dottorando
I due commenti di Edo e Noce meritano una risposta ampia e articolata. La meritano perché sono due forti testimonianze di come vanno le cose in questo momento. La meritano perché in molti si riconoscono in ciò e quelli che non ci si riconoscono ora perché troppo giovani probabilmente arriverranno a vivere le cose nello stesso modo (se non peggio) di come le viviamo noi ora. La meritano perché chi non le vive perché magari più in là con l'età o già sistemato non capisce certe cose.

Un sacco di volte si sente dire che i 30enni sono mammoni e non vogliono andare via di casa. Premettendo che ciò per molti può essere vero, c'è da dire che spesso certi commenti giornalistici vengono fatti su una base che non è sempre reale. Un giornalista che dice questo vedendo i giovani che vivono a Roma o Milano non si rendono conto di quanto sia difficile vivere con stipendi miseri e saltuari in una città dove una stanza costa quanto altrove costa un appartamento. E non è un'esagerazione. Una mia amica di Chieti paga 350 € al mese per un appartamento tutto suo. Se sono fortunato li pago per una stanza non particolarmente grande in un appartamento con chissà chi altro. E se sono sfortunato non ho nemmeno un salotto, perché magari sono tutte stanze da affitto.

Troppo facile dire quindi che non si vive da soli perché si è mammoni. Sono due anni che cerco di andare via da casa e forse potrò farlo solo ora che ho uno stipendio (pensavo di prendere un attico con terrazzo su Roma per poterci vivere solo soletto, qualcuno ne conosce a 300 euro circa?).

Che c'entra l'essere mammoni e il restare a casa dei genitori? Beh è ovvio che uno vuole essere indipendente, avere una vita propria e potersi fare i sacrosanti cazzi propri. Ma lo si sacrifica in nome di un'idea. In nome del desiderio di realizzarsi come meglio si ritiene più opportuno.
C'è chi vorrebbe studiare e non può farlo e allora sacrifica i desideri e si mette a lavorare.
C'è chi vorrebbe inseguire i propri sogni ma non può per problemi di contingenza.
C'è chi ci prova e sacrifica affetti o una vita privata o raggiunge l'indipendenza molto tardi.

Difficile davvero dire quale sia una possibile scelta migliore. La verità è che probabilmente non esiste la scelta migliore.

La cosa migliore da farsi probabilmente è ricordarsi nei momenti di sconforto che le cose si fanno perché si è fatta una scelta.
A volte ci sembrerà dura proseguire. Prima o poi sarà inevitabile chiedersi se abbiamo fatto la scelta giusta. Confortati dal fatto che non esiste potremo proseguire la nostra strada pensando che l'abbiamo presa per una scelta precisa.
Many times I've been alone
And many times I've cried
Any way you'll never know
The many ways I've tried

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Call Center
domenica, 21 gennaio 2007, 13:18 - Vita da dottorando
Essere un dottorando al primo anno è un esperienza per molti entusiasmante. Per altri è qualcosa di devastante. Al momento a me lascia un po' indifferente. Lavoro nello stesso posto da diversi anni e ancora non ho davvero avuto modo di saggiare la differenza tra prima e adesso. Il vantaggio è che ora ho una borsa di studio per fare quello che prima facevo gratis (il solito raccomandato del cazzo, lo sapevo!). La cosa che non dicono è che lo stipendio è da fame (essendo di dominio pubblico in quanto stabilito con leggi ministeriali non mi faccio problemi a rivelare che prendo la bellezza di 800 euro mensili) e che in una città come Roma dove per una stanza (ripeto parlasi di stanza non appartamento) si possono spendere anche 500 euro in un mese, la fame è nera. Non facendosi fregare si più trovare anche alla metà ma se si è con l'acqua alla gola (vedi padrone di casa che ti butta fuori) è un bel problema.
La cosa bella è che pur essendo ufficialmente pagato da Novembre non ho ancora visto un centesimo. E secondo i bene informati così sarà fino alla fine di Febbraio, se non oltre (e mica si può pretendere che un ente pubblico ti paghi secondo i tempi stabiliti, c'è sempre la prostituzione).

Così non rimane che la strada del lavoro precario e sottopagato. Ops scusate, una volta questo aveva un senso, dimenticavo che ora indica praticamente il 50% del mercato del lavoro.
La bibbia a Roma per queste cose è il solito PortaPortese, giornale di annunci gratuiti comodo anche per comprare e vendere oggetti usati, nonché per trovarsi un alloggio. L'occhio cade sui soliti call center: assunzione rapida, lavoro poco interessante ma che permette di non essere interessati a quel che si sta facendo e di fottersene non appena scocca l'orario di andar via. Inoltre, l'occhio cade su un annuncio che assicura un fisso mensile (quanto giovincello lavoravo in un call center venivi pagato a seconda di quanto vendevi e se il prodotto e/o il target di vendita facevano schifo erano cazzi amari) e che ha un luogo di lavoro a 10 minuti a piedi dalla mia facoltà. Mmm...la cosa si fa interessante. Mando un curriculum via email e il gioco è fatto. Ora non resta che aspettare.

Passano una decina di giorni e la telefonata arriva. Fissiamo il colloquio e mi presento.
Effettivamente ci metto 10 minuti a piedi ad arrivare e la cosa non è male. Ma un presentimento mi trattiene. Un call center? Ho quasi 30 anni, una laurea e faccio un dottorato, ma possibile che debba lavorare in un call center? Ma si chi se ne frega, forse tra qualche mese vado all'estero, li mando a quel paese dall'oggi al domani senza remore. Sentiamo che dicono e chissenefrega.
Il posto di lavoro è situato in un bel palazzo di vetro. La sede è nuova nuova e si vede. Tutto lustro, plasticoso e con idea di efficienza e funzionalità. Siamo una ditta seria. E vendiamo surgelati. Surgelati? Cazzo sono fregato! Non so se avete presente quelli che girano con i furgoncini frigo e consegnano surgelati a domicilio. Si quelli. Il colloquio è di gruppo e sono circondato da una fauna alquanto bizzarra. Innanzitutto sono il secondo più giovane. Ripeto, ho 29 anni e sono il secondo più giovane ad un colloquio per un call center. Ma dove sono finito???
Ci sono laureati in Psicologia (l'ho sempre detto che siamo troppi e inutili), agenti immobiliari, casalinghe, professioniste del call center. Nemmeno uno studente.
Chi conduce il colloquio è un tizio che sicuramente conosce il proprio mestiere. E sembra direttamente uscito da una televendita. Il figlio illeggito di Mastrota. Illeggittimo perché Mastrota a confronto è un sex symbol, ma l'abbronzatura è la stessa.

Sciorino la mia parte, in fondo so vendermi, ma è evidente che non sono convinto di quel che sto facendo e che vorrei essere da un'altra parte. "Emanuele cos'è che non venderesti mai?". Volevo alzarmi e gridare SURGELATI. Ma sono un ragazzo timido e poi ero curioso di sapere quanto pagavano davvero per quel lavoro.
Avessi saputo come finiva lo avrei fatto. Finita quella che era la parte, secondo loro, di selezione hanno ringraziato parte dei convenuti, compreso il sottoscritto, e ci hanno inviato ad andarcene. Insomma non ho avuto nemmeno il piacere di sapere quanto potevo essere sotto-pagato.

Ora non vorrei fare la figura di quello che non ha avuto il lavoro e denigra il posto di lavoro mancato (la volpe e l'uva la solita storia), però c'è da dire che (e qui hanno dimostrato davvero la loro professionalità) insieme a me hanno mandato via le persone con i profili migliori. Si insomma, tutti quelli che potevano aspirare a qualcosa di meglio e che li avrebbero sfanculati dopo poco.
E sicuramente dal loro punto di vista hanno fatto la cosa migliore, viste che erano quelle le mie reali intenzioni. Forse non ho più l'età per cercarmi lavori del genere.

Quasi quasi apro PortaPortese vedo con qualche altro colloquio posso andare a divertirmi!
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